Workshop di yoga – tecniche ed emozioni

Scrivo questo post al termine di 3 giorni intensi di seminario. Non è il primo seminario che organizzo ma magicamente dopo questi tre giorni diversi dei miei studenti mi hanno fatto domande post seminario di quelle sentite e mai banali.

Sul perché partecipare ad un workshop di yoga ne avevo già parlato qui, ma per riassumere in poche parole questo è più o meno quello che succede. Parlando nello specifico dell’Ashtanga yoga, si partecipa per 3/7 giorni a classi in stile Mysore o Guidate e nel pomeriggio ci si dedica all’approfondimento della pratica fisica dello yoga e o della filosofia.
Insomma, una full immersion yogica che ha lo scopo di farci comprendere sempre di più quello che stiamo facendo.

Ed è forse qui che “è cascato l’asino” a questo giro. I tre giorni fatti assieme erano incentrati sull’imparare come migliorare i passaggi di salto avanti e indietro nella pratica. Argomento che ha acceso l’interesse di tutti e che è stato spiegato con grande semplicità, nella sua complessità da Andrea Picollo, collega di pratica e di studi.

Quello che è successo è che diverse persone in questi giorni mi hanno scritto o dato feed back riguardanti quasi esclusivamente una scia emotiva lasciata dal seminario. La domanda più o meno suonava così “seminario bellissimo, ho capito tecnicamente molte cose che cercherò di applicare ma non capisco perché ora mi sento così… oppure ho provato queste emozioni”.

La risposta più semplice è “perchè stiamo facendo yoga”, non ci stiamo allenando per una gara di verticali o per le olimpiadi delle posture.

Con grande tenerezza sto scrivendo queste righe per ricordare a tutti quale sia il fulcro della pratica dello yoga. Non le posture, non l’abilità, non la performance, non la sfida ma il contatto. La relazione con noi stessi, il contatto con noi e una ricerca interiore.

Certo, il corpo c’è, e ne parliamo sempre abbondantemente. Il corpo c’è e non lo dobbiamo ignorare, anzi. Possiamo osservarlo imparandoci a muovere con sempre maggiore consapevolezza e armonia. C’è anche la mente. Spesso intasata di domande, pronta a mettere in discussione tutto. In particolare, lasciatevelo dire, quando ci viene insegnato qualcosa che ha una connotazione veramente alchemica ma che non può che passare attraverso una pratica. Pratica dalla quale la mente scappa con grande facilità con le stesse scuse: la mattina non riesco a venire a yoga, il tappetino del vicino è troppo vicino, quella postura che fa il mio vicino la posso fare anche io, non ricordo la sequenza…

Una parte della quale ci dimentichiamo volentieri, quella parte che cerchiamo di far tacere appena emerge è lo spirito. “Spirito” parola che fa ritrarre molti di noi ma che in oriente viene integrata e raccontata con la stessa enfasi del corpo e della mente.

Non voglio approfondire in questo articolo la spiritualità dello yoga e nemmeno dare spiegazioni “razionalmente comprensibili a tutti per rassicurare il lettore”.
Preferisco invece porre al lettore alcune domande partendo da quella che sarà centrale negli anni di pratica:

Perché pratichi yoga?
Quali sono le sensazioni e le emozioni che ti smuove la pratica?
Le senti vere queste emozioni/sensazioni? Ti corrispondono? Ti spaventano o incuriosiscono?
Perché pensi che queste sensazioni possano esser provate solamente in occasione dei seminari e non nella tua pratica quotidiana?
Sei ancora convinto che fare la verticale ti renderà uno yogi migliore? E se si, perché?
Credi che sia possibile vivere gli aspetti spirituali della pratica senza doverti ritirare dal mondo? Oppure pensi che per te l’unico modo per connetterti sia l’isolamento?

Queste sono alcune “semplici” domande che ho sentito di voler formulare per fermarci ancora una volta a riflettere sul significato dello yoga e spero possano essere di aiuto e farvi ritrovare in questo percorso che è certamente personale e lungo ma che non ci chiede di estraniarci dalla realtà ma di viverla con maggiore presenza e consapevolezza.

Ci saranno altri seminari, altre pratiche, altre giornata intense.
Ci sarà il tempo, lo spazio e il modo per continuare a studiare assieme.
Intanto impariamo a goderci dando valore a quello che abbiamo ora, possiamo fare ora e non attendiamo che sia la mancanza a farci venire la voglia di….

Vania